La pelle di carta.

Non ci resta che scrivere.

Sono tanto innamorata.

Siamo amati e armati,
vestiti delle tue carenze
e dei modi ingenui con cui tentavo di colmarle,
portatori di errori e di illusioni divisorie.
Abbiamo strappato le pagine
malgrado le abbiamo poi lasciate lì,
nel nostro libro,
per ricordare a noi stessi come
ogni lacrima sbiadita o risata aggressiva,
ogni cieca presenza o addio taciuto o gridato
non è stato invano,
non è stato invano.
Ogni graffio, ogni silenzio rabbioso

Non lo è stato
per le foreste primaverili nei tuoi occhi,
non lo è stato
per gli abbracci delle nostre dita,
per la ricerca infinita delle lingue,
per i battiti assestati di questi cuori,
per il sorriso di queste labbra ritrovate
dopo essersi perse.

E caddero parole anzichè lacrime.

—   lapelledicarta

Sto leggendo il suo libro preferito.

Sto leggendo il suo libro preferito ed è come se mi stessi silenziosamente infilando nuda nel suo letto in una fredda notte di un inverno infinito. È come se stessi posando il mio orecchio sul suo petto sentendolo respirare lentamente, con le sue mani su di me lasciando i nostri corpi e le nostre vite abbracciate, le nostre anime liquefatte, parte di una soluzione irreversibile.

Sto entrando nelle sue parole, nei passaggi, tra le righe di carta in un cuore a me sconosciuto,

per conoscerlo.

—   lapelledicarta

Io ho una teoria tutta strana sui sogni. Mi è capitato spessissimo di sognare qualcosa, di ricordarlo bene e, mesi o settimane o a volte pochi giorni dopo, è successo che accadesse tutto quanto io avevo già visto in sogno, segno per segno, stesso luogo, stesse persone, stesse parole. Mi è capitato di avere un dejà-vu e di pensare “ma io questo l’ho già sognato, me lo ricordo bene!”

Io e te non ci parlavamo più da tempo, mi disgustavi, ero totalmente follemente convinta che non avrei desiderato condividere con te neanche più un solo sguardo, neanche più un solo respiro. Seguivo altre labbra, cercavo altre mani, amavo altri occhi. E tu probabilmente facevi lo stesso.
È per questo che quella notte di quest’estate in cui ti sognai ne rimasi sconvolta.
È per questo che pochi giorni fa, con quel dejà-vu accanto a te, ho sorriso dinnanzi l’assurda bellezza del destino.
È per questo che se mi dici “ti sogno spesso” non posso fare altro che sorridere di nuovo e pensare che forse, che magari, abbiamo ancora un altro po’ di futuro da condividere.

- lapelledicarta

Non ho più nessuno.

Ho sempre convissuto serenamente con la solitudine, sempre, anche quando da bambina mi chinavo sopra a un foglio e restavo in quel modo per ore senza curarmi del resto, anche quando ho iniziato a passare pomeriggi e sere chiusa in una camera. Ho sempre convissuto con la solitudine in maniera serena, fa parte dell’abitudine, della mia quotidianità.
È come se mi stupisca ogni volta che qualche nuova persona entri nella mia vita, è come se dal primo “ciao, piacere” io stia già facendo il conto alla rovescia per l’addio facendo scommesse su come quando e perché se ne andrà. E il problema è che faccio bene, faccio bene a pensare male. Faccio bene a guardare il futuro con un occhio critico, spesso tendente a uno pseudo-pessimismo. Perché mi guardo intorno, e tutti quelli che temevo se ne andassero, se ne sono andati. E tutti quelli che volevo stringere a me più al lungo possibile, se ne sono andati comunque. E l’iniziale tagliente delusione si è ormai mutata in un’amara apatica consapevolezza.

In questo momento ho i suoi dolci occhi verdi in mente, ho in mente i suoi sorrisi di conforto, i testi delle canzoni che mi scrive, ricordo i suoi ricordi che mi racconta con tenerezza e non so a chi confidarlo. A chi posso confidare questa specie di amore, questa specie di sorpresa, questa tremenda pazzesca assurda paura, questa diffidenza, questo timore, questi piccoli gesti, questi grandi dubbi. A chi posso raccontarli?
A chi racconto di come lo schifo, il disprezzo più totale e poi l’indifferenza più cinica si sia dovuta riadattare a questo vecchio rapporto?

Con chi posso ricordare le parole crude e violente di mia madre che mi hanno fatto a brandelli l’anima?

A chi descrivo il viso di mia nonna questo pomeriggio, quando si è buttata sulla poltrona arresa, e chiudeva gli occhi e sentiva freddo e faceva sorrisi lievi? A chi confesso le tristi parole che a volte mi sussurra timidamente? A chi confesso i miei silenzi come risposta alle sue arrendevoli domande?

A chi posso parlare di come la mia amica d’infanzia - che è più una sorella - sia improvvisamente così diversa? A chi posso parlare di quanto lei stia diventando una straniera per me? Di come stia crescendo senza maturare? Di come vorrei essere più matura io, per sapere come dovrei comportarmi con lei, quali consigli darle, quali rimproveri e quali comprensioni? Di come vorrei che sua madre mi infondesse in qualche maniera paradisiaca tutti quei valori che dovrebbe essere lei stessa ad insegnare, ma che non può? Non può.

A chi lo dico che qui se ne vanno tutti, che qui non riesco più a fidarmi di nessuno, che qui mi corrono intorno le vite degli altri facendomi girare la testa e lasciandomi turbata?
A chi lo dico che il mio album preferito dei Pink Floyd è The Wall perché anche io mi sento chiusa dietro questo cazzo di muro che nessuno, nessuno, nessuno mai butta giù? Anche i mattoni più dolci, anche le relazioni più serene si rivelano soltanto come l’ennesimo blocco che fa diventare il muro più alto e più indistruttibile. E come faccio io, qui dietro? Non c’è nessuno là fuori ad ascoltarmi. Non c’è nessuno lì fuori ad aspettarmi, a chiamarmi. Nessuno fa il mio nome, nessuno posa l’orecchio sui freddi mattoni grigi, nessuno mi sta cercando, nessuno mi sta davvero aspettando.

Non ho più nessuno, e non lo dico con depressione, con rabbia, con le lacrime agli occhi. Non ho nessuno ed è così, è così e me ne prendo le mie responsabilità, in parte ho scelto questo, l’ho scelto io. È solo che a volte, a volte è ancora difficile da accettare. Ma passerà. Come sono passati loro. Passerà anche il dolore.

- lapelledicarta

“A casa mia si divorziava ogni giorno e le riconciliazioni erano sempre silenziose, impercettibili. Si creava un distacco difficile da definire, i confini tra cordialità e gentilezze si facevano sottili, le grida e le urla, le bestemmie e gli insulti si affievolivano trasformandosi lentamente in silenzi. Silenzi.
E magari è per questo che io ora li ami tanto, i silenzi. Perché le guerre non portavano una pace fatta di abbracci, o sorrisi, o scuse, o risate tanto o ancora più forti degli strilli di pochi attimi prima. Le guerre erano violente e caotiche ma finivano soltanto con una temporanea timida pace silenziosa.”

—    lapelledicarta

“Va bene, certo che va bene, a me va sempre bene, solo che non sono felice ma va bene anche questo, che felice lo son stata davvero poco, che felice non lo sono quasi mai, lo sono stata, lo sono stata ma è passato, è passato, semplicemente è passato.”

—    lapelledicarta

“Mi scoccia tanto chiederlo, ripensarci, riscriverlo. Perché sono le stesse cose che son successe qualche anno fa e che mi fanno un po’ pensare a quanto non sia andata avanti, a come io sia restata ma sopratutto al perché lo abbia fatto. Perché sono rimasta? Io non voglio, non voglio perdere altro tempo. Ne ho perso troppo nelle mani di persone in cerca di giochi, ne ho perso troppo rincorrendo anime fuggevoli, ne ho perso troppo cercando di capire pensieri inesistenti, ne ho perso troppo pensando a cose che non andavano pensate perché erano ancor meno di quanto apparivano. Il nulla.

Ma ora, questa sera, stai baciando altre labbra? Questa sera ami un’altra ragazza? Le sussurri che è bella? Credi anche che sia bellissima? 
Questa sera svolti, vai avanti, torni indietro, non resti con me?

Dove sono io, dove sono? Dove sono per te?”

—   lapelledicarta

Lui se ne andò in una sera come questa
dopo un bacio frettoloso
che non era già più un bacio,
dopo avermi vista guardando quanto non avevo
o quanto non voleva.
Non la mia bianca pelle
non i miei mondi interiori
non il mio sorriso a gengive scoperte
non l’amore dei miei occhi.
Te ne andrai, te ne andrai
non i miei piccoli piccoli e sottili polsi
riusciranno mai a fermarti.



Lui se ne andò in una serata come questa
e poco importa che ci fosse la luna piena
o prati di stelle
o una coperta nera a riscaldare il cielo,
poco importa che fosse inverno o estate,
che i fiori stessero nascendo
o morendo,
poco importa che i suoi occhi fossero marroni
o verdi.

Lui se ne andò in una serata come questa,
dove la speranza accenna un vago odore di illusione
che si impregna nelle arterie
per ammuffire di delusione.

—    lapelledicarta

La prima volta che mi feci star male credevo che tu avessi soltanto bisogno di crescere, il verbo “cambiare” mi sembrava così brutto e pensavo “ma chi sarò mai io per permettermi di dire a qualcuno di cambiare?” E in parte la penso ancora un po’ così. Ma ora credo più fermamente di meritare un determinato tipo di persona accanto a me, che devo ancora scoprire se risponda più a un’utopia o se sia solo questione di tempo. Ad ogni modo, dicevo, merito una persona che segua determinate caratteristiche. Non parlo degli occhi azzurri e dei capelli biondi ma di rispetto, di onestà, di dimostrazioni, di empatia, di affetto reale. E il resto poi non conta davvero. Quindi ecco, va bene non costringere qualcuno a cambiare e va bene cambiare per sé stessi e non per qualcun altro. Ma non va bene accontentarsi, non va bene perdonare e basta, non va bene fare i fessi, per intenderci.
E volevo soltanto dire che se inizialmente pensavo che tu avessi semplicemente bisogno crescere, ora credo proprio che tu debba cambiare: se degli atteggiamenti, dei modi di fare o pensare sono sbagliati, non è questione d’età, ma di valori, di carattere, di princìpi. Non serve a niente crescere se sei una testa di cazzo narcisista ed egoista, puoi esserlo a venti come a cinquanta anni. Quindi, cambia. Sul serio. E non te lo dico neanche per me, perché io me ne vado presto da te, lo sai, ma con te stesso devi restarci fino al tuo ultimo respiro e insomma, non vorrei che in quel millesimo di secondo, proprio prima di andartene definitivamente, ti dovessi accorgere di non aver dato abbastanza amore. Ama tanto, ama di più, ama più forte. E non fraintendere, non ti sto dicendo di amare me: ama chi vuoi, ama una donna, ama un uomo, ma ama qualcuno che ti ami. Ama qualcuno paziente, che abbia almeno la metà della pazienza che io ho avuto con te, ma ama anche qualcuno che sia vivo, che ti butti la vita addosso come una secchiata d’acqua fredda e ti faccia svegliare così, all’improvviso, come quando la mattina apri gli occhi pochi istanti prima che la sveglia suoni.

- lapelledicarta